Pensieri e commenti su internet e su altre cose che mi stanno intorno

Archive for the ‘Viaggi’ Category

Postcard from heaven

giovedì, novembre 24th, 2011

Arriviamo a Honolulu a mezzanotte. Abbiamo alle spalle cinque ore di viaggio ma soprattutto abbiamo nelle ossa il clima umido e freddo di San Francisco. Ancora attesa per le valigie, ancora aria condizionata a manetta. Prendiamo i bagagli e usciamo; cerchiamo i taxi, cerchiamo le navette per gli alberghi.

Poi ci fermiamo. La sera è tiepida e profumata. Ci guardiamo e abbiamo lo stesso pensiero: puntiamo una panchina lì fuori, ci sediamo e lasciamo che la fretta e il freddo se ne vadano insieme al fumo di pipa e sigaretta. Al trasferimento in città pensiamo un’ora dopo, quando decidiamo di muoverci.

E poi ti rendi conto che un momento che sembrava insignificante te lo ricordi ancora a distanza di un anno e mezzo.

Wine Country

lunedì, settembre 6th, 2010

La valle dei vini, finalmente. O meglio, la zona dei vini, perché di valli ce ne sono diverse (Sonoma, Napa, Russian River…). Prima tappa a Sonoma, un paese che dopo un’accoglienza tipicamente americana con un lungo rettilineo costellato di drugstore, aree di servizio e centri commerciali, si apre su una piazza di stampo decisamente ispanico: case basse, negozietti e un enorme giardino al centro della piazza. Manca solo la statua di qualche heroe de la revoluciòn. Di diverso, rispetto al centroamerica, c’è la tipologia dei negozi: se la Bay Area è conosciuta per l’attenzione ai prodotti naturali e locali e per l’alimentazione sana, Sonoma è un distillato di queste tendenze. Frutta, vini, sementi, verdure: non manca nulla, e tutto è presentato con una cura che farebbe invidia ai nostri cesti gastronomici natalizi.

Compiendo un anello tra Sonoma Valley e Napa Valley scopriamo che queste due strade, grosso modo parallele, sono in realtà una raccolta di show room di aziende vinicole, che hanno però i vitigni a qualche chilometro di distanza. Già, perché una volta stabilito che il vino è un prodotto come un altro, la visibilità diventa importante e per far ciò è necessario rimanere nei pressi della strada principale. Chiariamo subito una cosa: a dispetto di qualche luogo comune, in California si trovano vini molto buoni.

Quello a cui non siamo abituati è, come dicevo, la parificazione del vino a un qualunque altro prodotto, unita alla classica trasparenza statunitense: entrando in un’azienda vinicola non ci si sente presi dai soliti dubbi “ma si potrà assaggiare? A chi chiedo? Dovrò lasciare una mancia?”. Che l’azienda sia piccola o grande, si viene accolti da personale competente che spiega quali sono le degustazioni possibili (in genere due: basic e premium) e i relativi prezzi. E poi sta lì, spiega i vini, cambia eventualmente i bicchieri e risponde alle domande. Se poi si vuole comprare bene, altrimenti si paga la degustazione, arrivederci e grazie.

Le aziende, pur rimanendo nei pressi della strada principale, valorizzano al massimo quello che hanno a disposizione, sia esso un giardino o un belvedere con vista sui colli. E naturalmente non può mancare, anche nelle aziende più piccole, l’angolo del merchandising. Insomma, per farla breve, al di là della qualità dei vini che pure è buona, c’è un sacco di gente che entra, degusta (e quindi paga), compra merchandising (e quindi paga) e magari si porta via qualche bottiglia (e quindi paga).

Per quanto ci riguarda ci fermiamo in un paio di posti a bere (per chi volesse approfondire e valutare meglio la differenza con le nostre: Arrowood Winery e Sattui Winery – quest’ultima fondata da italiani) e poi puntiamo di nuovo verso San Francisco. L’attraverseremo soltanto, andando dritti all’aeroporto per restituire la macchina a noleggio e per trovare un alberghetto vicino al terminal.

Gold Country

giovedì, agosto 19th, 2010

Lasciamo San Francisco di domenica sera con in testa, come sempre, solo un accenno di programma. Però sappiamo che per arrivare alla Gold Country dobbiamo puntare verso Sacramento e il pensiero corre naturalmente alla famiglia Bradford. Poco dopo aver abbandonato l’ultima delle infinite ramificazioni della baia, notiamo una cosa particolare: i cartelli che segnalano se nei pressi della successiva uscita si troveranno cibo, alloggio e carburante. Iniziamo a essere stanchi, quindi all’ennesimo “Lodging Next Exit” usciamo e ci troviamo di fronte a un Motel Super 8. La parola motel è utilizzata per indicare strutture ben diverse dalle nostre: ci troviamo infatti in un albergo in cui la stanza costa 49 dollari ma c’è la televisione, l’aria condizionata, due lettoni, il frigo e fuori c’è un piccolo giardino con piscina. Piccola parentesi: la piscina non è sorvegliata e, a parte le chiusure per la pulizia, è aperta anche di notte; può essere pericoloso, ma il ragionamento è che se si viene avvisati e se non si mette a rischio il prossimo, allora liberi tutti. Noi invece decidiamo di mandare la Guardia Costiera per evitare che la gente faccia il bagno sotto a una scogliera che sta praticamente ancora franando, come se non fosse sufficiente un cartello che avvisi del pericolo. Chiusa parentesi.

Al mattino riprendiamo il viaggio verso la Gold Country, il luogo da cui è partita la corsa all’oro in California, il luogo che ha dato la speranza ai circa trecentomila 49ers (nel senso di arrivati nel 1849 – da qui il nome della squadra di football) arrivati da ogni dove in cerca di una rapida fortuna. Fortuna che in realtà trovarono in pochi, dato che il filone si esaurì abbastanza velocemente e quelli che realmente si arricchirono non furono i cercatori ma i venditori di attrezzatura. Una sorta di bolla ante litteram, insomma, che però ebbe un impatto devastante (anche in senso letterale, a seguito dell’utilizzo di tecniche di estrazione particolarmente invasive) su queste terre. Demografia, geologia, economia, leggi e politica subirono una trasformazione improvvisa che negli anni ha portato la Northern California a essere quello che è oggi. Probabilmente la voglia di sperimentare, di cambiare, l’apertura alle novità e la velocità nel recepire i cambiamenti  sono oggi la spinta residua di quel botto iniziale del 1849.

Quel che rimane di tangibile è una città fantasma, Coloma, situata a poche centinaia di metri da dove fu scoperta la prima pepita. Paradossalmente è più facile immaginare la vita quotidiana in un sito archeologico che non in una città fantasma di 150 anni fa: le strutture sono troppo simili alle nostre, e quello che percepiamo è semplicemente un paesino deserto; mentre chiudendo gli occhi nel Colosseo si riesce a immaginarlo stracolmo di gente, qui la fantasia non riesce a decollare.

Decidiamo di cambiare stimolazione e di passare a gusto e olfatto, puntando il muso della macchina verso la Wine Country.

San Francisco

martedì, agosto 10th, 2010

La prima cosa che notiamo uscendo dall’albergo a San Francisco è che fa un discreto freddo. La seconda cosa che notiamo è un tram milanese. Per carità, sapevamo che qualcuno era in circolazione, però trovarsene subito davanti uno fa un po’ impressione. La città è abbastanza piccola, eppure ogni quartiere è un mondo a parte, spesso con un clima a parte (si dice che San Francisco sia la città delle quattro stagioni in una giornata). I confini non sono netti, a parte forse a Chinatown, eppure ad un certo punto ci si rende conto di essere in un posto completamente diverso.

Più che nelle cose da vedere, ci rendiamo conto che il bello sta proprio in questo, nella moltitudine di atmosfere che si attraversano nello spazio di pochi chilometri: il trappolone turistico (ma dichiarato, quindi sostanzialmente onesto) di Fisherman’s Wharf, il downtown in miniatura di Union Square, l’alternatività di Mission, le enclave di Chinatown e Japantown, l’oasi gastronomica del Ferry Building, i polmoni verdi sparsi qua e là e le onnipresenti colline. Sono pochi i luoghi che visitiamo in senso tradizionale (col biglietto d’ingresso, per capirci): più spesso gironzoliamo per strade e piazze guardandoci intorno e anche all’insù.

E, a proposito di su e giù, i famosi colli di San Francisco sono veramente ripidi. Gli abitanti ormai ci convivono, sanno come parcheggiare la macchina evitando di ritrovarla nella baia e verosimilmente sanno quali zone evitare in bicicletta, a meno che non vogliano farsi esplodere i polpacci. Ma noi, provinciali nati e cresciuti nella bassa padana, siamo elettrizzati dalla pendenza e tentiamo in tutti i modi di fare una foto che renda l’idea. Ne verrà fuori una serie surreale di scatti a gradini, alberi, caviglie piegate e garage terrazzati, nel tentativo per lo più vano di catturare la forza di gravità in un’immagine.

Ci concediamo anche un giro a Sausalito, dopo aver attraversato il Golden Gate in bicicletta, e da lì capiamo il perché delle quattro stagioni in un giorno: mentre noi stiamo al sole e al caldo, dall’altra parte della baia San Francisco è nella nebbia, ma con il sole che la squarcia qua e là.

Resta il fatto che, complice l’estate e l’immaginario californiano, per noi c’è un freddo porcoebbastardo. Sarà quindi con grande soddisfazione che accoglieremo i 35 gradi e oltre della Gold Country. Questa però la racconto un’altra volta.

Epifanie tardive

lunedì, marzo 15th, 2010

Dopo 7 anni scopriamo che quella signora che ci aveva attaccato bottone (“Italians? My son has married an italian soubrette”) in un posto sperduto nel deserto della Baja California, spacciandosi per la mamma di Raz Degan, era davvero la mamma di Raz Degan.

Hasta luego

venerdì, febbraio 5th, 2010

Domani si parte per una settimana a Cuba. Itinerario non definito, anche se in una settimana non c’è molto da sbracare: sicuramente L’Avana, poi Trinidad. Per il resto zaino in spalla a seguire l’ispirazione del momento.

Ci risentiamo.

Boarding now

lunedì, giugno 18th, 2007

L’estate che si sta avvicinando non sarà una bella estate, per chi viaggerà in aereo: è vero che i prezzi dei biglietti stanno scendendo, ma è anche vero che i ritardi stanno aumentando. Anche il load factor, la percentuale di sedili occupati in un volo, sta aumentando ma questo non significa che ci sono in giro meno aerei, anzi: le compagnie hanno scoperto che uno dei servizi che i passeggeri apprezzano di più è la maggiore frequenza di collegamento, col risultato che molte compagnie passano a aeromobili più piccoli.

Dove prima c’era un aereo da 100 posti ogni due ore, adesso è probabile che ci siano due aerei da 50 posti, uno ogni ora. E’ evidente che questo non giova al sistema di controllo del traffico aereo, che è ormai al limite della congestione. E’ vero che si moltiplicano e si ampliano gli aeroporti esistenti, ma le vie del cielo non sono infinite.

Per chi non lo sapesse, un aereo che vola da Milano a Roma non fa una rotta diretta, ma viene incanalato in corridoi prefissati, in cui deve rispettare determinate distanze (sia verticali che orizzontali) rispetto agli altri aerei. Questo sistema potrebbe cambiare ed essere sostituito da un sistema basato sui satelliti, che consentirebbe di tagliare le curve e di volare direttamente (e in sicurezza) da Milano a Roma all’incirca su una linea retta, permettendo ad un maggior numero di voli di occupare un determinato spaizo aereo. Ma è un cambiamento che non si farà dall’oggi al domani.

Il moltiplicarsi dei voli non giova nemmeno all’ambiente, come è facilmente immaginabile. Di conseguenza è perfettamente comprensibile che l’allargamento o la costruzione di nuovi aeroporti siano osteggiati dalle associazioni ambientaliste.

Per chi fosse curioso e volesse saperne di più, l’ispirazione per questo post è arrivata dalla solita rubrica Ask The Pilot e da un approfondito survey dell’Economist (qui il primo articolo, gli altri seguono e sono segnalati nel box a destra).

Ask The Pilot, Economist

"A filthy lobby and no place to sit"/2

venerdì, giugno 15th, 2007

Dopo la pubblicazione dell’articolo sul peggior aeroporto del mondo (ne avevo parlato), la rubrica Ask The Pilot ospita i pareri dei lettori sugli aeroporti migliori, peggiori e più bizzarri.

Personalmente il ricordo peggiore ce l’ho di Francoforte: dopo un lungo volo transatlantico ci aspettavano 4/5 ore di attesa, e il posto più comodo in cui riposare era una poltrona scarsamente imbottita e con lo schienale a 90 gradi.

Il più bello è probabilmente  quello di Punta Cana, nella Repubblica Dominicana: sostanzialmente è una grossa capanna, col tetto di paglia e senza pareti.

Non ho invece visto cose particolarmente bizzarre, tranne  all’aeroporto Rabil di Boavista, Capo Verde: la sala per il ritiro dei bagagli consiste in un corridoio con un grosso buco nel muro. Dall’altra parte del muro gli addetti aeroportuali buttano dentro i bagagli. Chi non è rapido a ritirare la valigia se la ritrova sotto a un mucchio di altri bagagli.

Questo blog non è Salon, ma se qualcuno vuole segnalare le proprie esperienze nei commenti, ben venga.

The Yorker, Salon 

"A filthy lobby and no place to sit"

mercoledì, maggio 30th, 2007

E’ stata dura, ma alla fine ce l’ha fatta: a furia di girare per il mondo, Patrick Smith di Salon ha trovato il peggior aeroporto del mondo. No, non che lo stesse cercando volontariamente.
E’ quello di Dakar, per la cronaca.

Salon 

Green-go

mercoledì, dicembre 14th, 2005

Leggendo questo resoconto di viaggio in Baja California, capisco perchÈ gli americani sono convinti che i viaggi all’estero siano poco sicuri: hanno il terrore di incontrare loro connazionali.
Update: il link era sbagliato, ora l’ho corretto. Grazie a Fu per la segnalazione
Slate