Gold Country
giovedì, agosto 19th, 2010Lasciamo San Francisco di domenica sera con in testa, come sempre, solo un accenno di programma. Però sappiamo che per arrivare alla Gold Country dobbiamo puntare verso Sacramento e il pensiero corre naturalmente alla famiglia Bradford. Poco dopo aver abbandonato l’ultima delle infinite ramificazioni della baia, notiamo una cosa particolare: i cartelli che segnalano se nei pressi della successiva uscita si troveranno cibo, alloggio e carburante. Iniziamo a essere stanchi, quindi all’ennesimo “Lodging Next Exit” usciamo e ci troviamo di fronte a un Motel Super 8. La parola motel è utilizzata per indicare strutture ben diverse dalle nostre: ci troviamo infatti in un albergo in cui la stanza costa 49 dollari ma c’è la televisione, l’aria condizionata, due lettoni, il frigo e fuori c’è un piccolo giardino con piscina. Piccola parentesi: la piscina non è sorvegliata e, a parte le chiusure per la pulizia, è aperta anche di notte; può essere pericoloso, ma il ragionamento è che se si viene avvisati e se non si mette a rischio il prossimo, allora liberi tutti. Noi invece decidiamo di mandare la Guardia Costiera per evitare che la gente faccia il bagno sotto a una scogliera che sta praticamente ancora franando, come se non fosse sufficiente un cartello che avvisi del pericolo. Chiusa parentesi.
Al mattino riprendiamo il viaggio verso la Gold Country, il luogo da cui è partita la corsa all’oro in California, il luogo che ha dato la speranza ai circa trecentomila 49ers (nel senso di arrivati nel 1849 – da qui il nome della squadra di football) arrivati da ogni dove in cerca di una rapida fortuna. Fortuna che in realtà trovarono in pochi, dato che il filone si esaurì abbastanza velocemente e quelli che realmente si arricchirono non furono i cercatori ma i venditori di attrezzatura. Una sorta di bolla ante litteram, insomma, che però ebbe un impatto devastante (anche in senso letterale, a seguito dell’utilizzo di tecniche di estrazione particolarmente invasive) su queste terre. Demografia, geologia, economia, leggi e politica subirono una trasformazione improvvisa che negli anni ha portato la Northern California a essere quello che è oggi. Probabilmente la voglia di sperimentare, di cambiare, l’apertura alle novità e la velocità nel recepire i cambiamenti sono oggi la spinta residua di quel botto iniziale del 1849.
Quel che rimane di tangibile è una città fantasma, Coloma, situata a poche centinaia di metri da dove fu scoperta la prima pepita. Paradossalmente è più facile immaginare la vita quotidiana in un sito archeologico che non in una città fantasma di 150 anni fa: le strutture sono troppo simili alle nostre, e quello che percepiamo è semplicemente un paesino deserto; mentre chiudendo gli occhi nel Colosseo si riesce a immaginarlo stracolmo di gente, qui la fantasia non riesce a decollare.
Decidiamo di cambiare stimolazione e di passare a gusto e olfatto, puntando il muso della macchina verso la Wine Country.
San Francisco
martedì, agosto 10th, 2010La prima cosa che notiamo uscendo dall’albergo a San Francisco è che fa un discreto freddo. La seconda cosa che notiamo è un tram milanese. Per carità, sapevamo che qualcuno era in circolazione, però trovarsene subito davanti uno fa un po’ impressione. La città è abbastanza piccola, eppure ogni quartiere è un mondo a parte, spesso con un clima a parte (si dice che San Francisco sia la città delle quattro stagioni in una giornata). I confini non sono netti, a parte forse a Chinatown, eppure ad un certo punto ci si rende conto di essere in un posto completamente diverso.
Più che nelle cose da vedere, ci rendiamo conto che il bello sta proprio in questo, nella moltitudine di atmosfere che si attraversano nello spazio di pochi chilometri: il trappolone turistico (ma dichiarato, quindi sostanzialmente onesto) di Fisherman’s Wharf, il downtown in miniatura di Union Square, l’alternatività di Mission, le enclave di Chinatown e Japantown, l’oasi gastronomica del Ferry Building, i polmoni verdi sparsi qua e là e le onnipresenti colline. Sono pochi i luoghi che visitiamo in senso tradizionale (col biglietto d’ingresso, per capirci): più spesso gironzoliamo per strade e piazze guardandoci intorno e anche all’insù.
E, a proposito di su e giù, i famosi colli di San Francisco sono veramente ripidi. Gli abitanti ormai ci convivono, sanno come parcheggiare la macchina evitando di ritrovarla nella baia e verosimilmente sanno quali zone evitare in bicicletta, a meno che non vogliano farsi esplodere i polpacci. Ma noi, provinciali nati e cresciuti nella bassa padana, siamo elettrizzati dalla pendenza e tentiamo in tutti i modi di fare una foto che renda l’idea. Ne verrà fuori una serie surreale di scatti a gradini, alberi, caviglie piegate e garage terrazzati, nel tentativo per lo più vano di catturare la forza di gravità in un’immagine.
Ci concediamo anche un giro a Sausalito, dopo aver attraversato il Golden Gate in bicicletta, e da lì capiamo il perché delle quattro stagioni in un giorno: mentre noi stiamo al sole e al caldo, dall’altra parte della baia San Francisco è nella nebbia, ma con il sole che la squarcia qua e là.
Resta il fatto che, complice l’estate e l’immaginario californiano, per noi c’è un freddo porcoebbastardo. Sarà quindi con grande soddisfazione che accoglieremo i 35 gradi e oltre della Gold Country. Questa però la racconto un’altra volta.
Epifanie tardive
lunedì, marzo 15th, 2010Dopo 7 anni scopriamo che quella signora che ci aveva attaccato bottone (“Italians? My son has married an italian soubrette”) in un posto sperduto nel deserto della Baja California, spacciandosi per la mamma di Raz Degan, era davvero la mamma di Raz Degan.
Hasta luego
venerdì, febbraio 5th, 2010Domani si parte per una settimana a Cuba. Itinerario non definito, anche se in una settimana non c’è molto da sbracare: sicuramente L’Avana, poi Trinidad. Per il resto zaino in spalla a seguire l’ispirazione del momento.
Ci risentiamo.
Boarding now
lunedì, giugno 18th, 2007L’estate che si sta avvicinando non sarà una bella estate, per chi viaggerà in aereo: è vero che i prezzi dei biglietti stanno scendendo, ma è anche vero che i ritardi stanno aumentando. Anche il load factor, la percentuale di sedili occupati in un volo, sta aumentando ma questo non significa che ci sono in giro meno aerei, anzi: le compagnie hanno scoperto che uno dei servizi che i passeggeri apprezzano di più è la maggiore frequenza di collegamento, col risultato che molte compagnie passano a aeromobili più piccoli.
Dove prima c’era un aereo da 100 posti ogni due ore, adesso è probabile che ci siano due aerei da 50 posti, uno ogni ora. E’ evidente che questo non giova al sistema di controllo del traffico aereo, che è ormai al limite della congestione. E’ vero che si moltiplicano e si ampliano gli aeroporti esistenti, ma le vie del cielo non sono infinite.
Per chi non lo sapesse, un aereo che vola da Milano a Roma non fa una rotta diretta, ma viene incanalato in corridoi prefissati, in cui deve rispettare determinate distanze (sia verticali che orizzontali) rispetto agli altri aerei. Questo sistema potrebbe cambiare ed essere sostituito da un sistema basato sui satelliti, che consentirebbe di tagliare le curve e di volare direttamente (e in sicurezza) da Milano a Roma all’incirca su una linea retta, permettendo ad un maggior numero di voli di occupare un determinato spaizo aereo. Ma è un cambiamento che non si farà dall’oggi al domani.
Il moltiplicarsi dei voli non giova nemmeno all’ambiente, come è facilmente immaginabile. Di conseguenza è perfettamente comprensibile che l’allargamento o la costruzione di nuovi aeroporti siano osteggiati dalle associazioni ambientaliste.
Per chi fosse curioso e volesse saperne di più, l’ispirazione per questo post è arrivata dalla solita rubrica Ask The Pilot e da un approfondito survey dell’Economist (qui il primo articolo, gli altri seguono e sono segnalati nel box a destra).
Ask The Pilot, Economist
"A filthy lobby and no place to sit"/2
venerdì, giugno 15th, 2007Dopo la pubblicazione dell’articolo sul peggior aeroporto del mondo (ne avevo parlato), la rubrica Ask The Pilot ospita i pareri dei lettori sugli aeroporti migliori, peggiori e più bizzarri.
Personalmente il ricordo peggiore ce l’ho di Francoforte: dopo un lungo volo transatlantico ci aspettavano 4/5 ore di attesa, e il posto più comodo in cui riposare era una poltrona scarsamente imbottita e con lo schienale a 90 gradi.
Il più bello è probabilmente quello di Punta Cana, nella Repubblica Dominicana: sostanzialmente è una grossa capanna, col tetto di paglia e senza pareti.
Non ho invece visto cose particolarmente bizzarre, tranne all’aeroporto Rabil di Boavista, Capo Verde: la sala per il ritiro dei bagagli consiste in un corridoio con un grosso buco nel muro. Dall’altra parte del muro gli addetti aeroportuali buttano dentro i bagagli. Chi non è rapido a ritirare la valigia se la ritrova sotto a un mucchio di altri bagagli.
Questo blog non è Salon, ma se qualcuno vuole segnalare le proprie esperienze nei commenti, ben venga.
The Yorker, SalonÂ
"A filthy lobby and no place to sit"
mercoledì, maggio 30th, 2007E’ stata dura, ma alla fine ce l’ha fatta: a furia di girare per il mondo, Patrick Smith di Salon ha trovato il peggior aeroporto del mondo. No, non che lo stesse cercando volontariamente.
E’ quello di Dakar, per la cronaca.
SalonÂ
Green-go
mercoledì, dicembre 14th, 2005Leggendo questo resoconto di viaggio in Baja California, capisco perchÈ gli americani sono convinti che i viaggi all’estero siano poco sicuri: hanno il terrore di incontrare loro connazionali.
Update: il link era sbagliato, ora l’ho corretto. Grazie a Fu per la segnalazione
Slate