Un cambio inaspettato
giovedì, febbraio 16th, 2012Contro ogni previsione, sembra che in Birmania (ok, Myanmar) la giunta militare stia allentando la presa e stia consentendo una transizione verso una forma accettabile di democrazia. Certo, non è che siano stati semplicemente folgorati sulla via di Damasco: la primavera araba e le pressioni internazionali hanno avuto il loro peso.
The Economist
Buttate i mappamondi
giovedì, dicembre 30th, 2010È molto probabile che, dopo decenni di guerra civile, a gennaio il Sudan del Sud (o Sud-Sudan per gli amanti della cacofonia) si staccherà dal Sudan e diventerà una nazione indipendente. I due paesi si distingueranno principalmente dal punto di vista etnico, con il nord a schiacciante maggioranza araba.
La linea di confine sarà tracciata più o meno in sovrapposizione alla vena petrolifera, anche se i pozzi principali si troveranno in territorio meridionale. Però l’oleodotto che serve per trasformare il greggio in moneta sonante passa per il nord, quindi è verosimile che le due nazioni si accorderanno, anche perché tanti anni di guerra civile hanno portato alla consapevolezza che nessuna delle due regioni, da sola, può avere il pieno controllo dei giacimenti (una sorta di dilemma del prigioniero).
L’Economist fa il punto della situazione e, pur essendo ottimista sulla questione della guerra civile, lo è molto meno sulla capacità della nuova nazione di dotarsi di una struttura economica stabile.
Wikipedia, Economist
Quale crollo?
lunedì, novembre 8th, 2010Il Ministro Bondi dice che il crollo della Casa dei Gladiatori è stato causato da carenze di gestione e non da carenza di risorse.
Però dice anche che mica è colpa sua. E no, certo, perché chissà chi si deve occupare della gestione dei beni culturali, se non il Ministro dei Beni Culturali.
Peraltro sulla home page del Ministero non c’è nemmeno uno straccio di comunicato relativo al crollo.
La Stampa, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali
Presto, il libro dei nomi!
martedì, marzo 30th, 2010Sempre a proposito di biografie interessanti, ci sarebbe la storia di Matthew Nimetz, diplomatico americano, che dal lontano 1994 segue (prima come inviato statunitense, poi come rappresentate speciale delle Nazioni Unite) la questione della disputa sulla denominazione della Repubblica di Macedonia.
Già perché, per chi non lo sapesse, è da quando la Macedonia si è resa indipendente dalla Jugoslavia (1991) che la neonata repubblica e la Grecia si prendono a cornate per la questione del nome. La Macedonia ha scelto di chiamarsi, oh che sorpresa, Macedonia; ma alla Grecia non va bene, perché dice che la Macedonia è in realtà una regione della Grecia.
Da allora si è acceso un dibattito molto eccitante, quasi quanto guardare la vernice che si asciuga. Per aggiungere un tocco di cabaret, il nome provvisorio è FYROM, che sta per Former Yugoslavian Republic Of Macedonia (e questo prima che Prince cambiasse nome). Ecco, il povero Nimetz è da 16 anni che sta dietro a ‘sta roba. Come dice giustamente l’Economist, meriterebbe il Nobel per la pazienza.
Wikipedia, The Economist
Errare è umano, perseverare è legale
mercoledì, settembre 9th, 2009Piccolo riassunto dei recenti sviluppi nel dibattito sulla pena di morte, negli Stati Uniti: da anni i favorevoli e i contrari si scannano sul numero dei detenuti già nel braccio della morte e rilasciati in seguito a nuove prove, in genere legate ad analisi sul DNA. Naturalmente il punto dei contrari è che se queste prove non fossero venute a galla (per vari motivi, tra i quali rientrano anche le capacità economiche del detenuto – con tutte le implicazioni di ceto e razza che ne conseguono), o non fossero venute a galla in tempo, si sarebbe giustiziato un innocente.
Un detenuto che viene giustiziato e che si rivela successivamente innocente è un po’ il Sacro Graal della discussione sulla pena di morte. Trovarlo equivarrebbe a far crollare l’impianto, per una questione fin troppo evidente di rapporto costi/benefici.
Invece pare proprio che di recente il Sacro Graal si sia trovato, nella persona (suo malgrado) di Todd Willingham; il New Yorker gli ha dedicato un lungo e bellissimo articolo, ripreso poi da Luca Sofri. Ma a quanto pare non è sufficiente; per citare il titolo dell’articolo di Slate, Not Innocent Enough. Infatti il giudice Scalia, dando un’interpretazione rigida ma letterale della Costituzione, dice sostanzialmente che non esiste un diritto ad un riesame della posizione del condannato, se questi ha avuto un giusto processo. Anche se ci sono nuove prove. Anche se sta per essere giustiziato.
Alan Dershowitz, dal Daily Beast, spara a palle incatenate contro il giudice Scalia dicendo che non solo la sua posizione è un’evidente distorsione della Costituzione, ma che si dovrebbe pure vergognare di essere Cattolico.
The New Yorker, Wittgenstein, Slate, The Daily Beast
(Put)tana libera tutti
lunedì, agosto 31st, 2009Lasciamo perdere per un momento il fatto che la nota pubblicata da Feltri non venga dalla Questura ma da fonte anonima. E lasciamo perdere anche che l’influenza della vita sessuale sulla vita pubblica sia diversa nei casi di Boffo e Berlusconi.
Facciamo quindi finta che Dino Boffo sia effettivamente un omosessuale condannato per molestie e che questo gli seghi il piedistallo su cui era salito per criticare i comportamenti allegri di Berlusconi.
Ecco, ora fatemi capire una cosa: tutto questo cosa dovrebbe cambiare nel giudizio su Berlusconi? Chi l’ha criticato aveva un pulpito friabile: e allora? Questo dovrebbe automaticamente cancellare le critiche al premier? C’è qualche legge fisica che dice che due minchiate uguali e contrapposte si elidono a vicenda?
Corriere.it
La bolla della tortura
giovedì, agosto 13th, 2009Il New York Times dedica un lungo articolo a Jim Mitchell e Bruce Jessen, due psicologi (entrambi con una carriera militare alle spalle) che ebbero un ruolo chiave nell’introduzione della tortura come metodo d’interrogatorio usato dalla CIA.
Nel periodo d’oro la paga dei due oscillava tra i 1.000 e i 2.000 dollari al giorno, anche se le cifre esatte sono materiale riservato.
Vale la pena leggere l’articolo anche per capire la falla che stava alla base del sistema: tutto questo interesse americano per la tortura nasce successivamente alla guerra di Corea, quando si venne a sapere che ad alcuni soldati americani erano state estorte false confessioni per mezzo di metodi brutali. Avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio che, etica a parte, la tortura non avrebbe portato nessuna informazione utile.
New York Times
Ronda su ronda
mercoledì, agosto 5th, 2009Le ronde. Sull’argomento ci si è scannati per settimane, e ora siamo quasi al via. Ma al via di cosa? Se devo essere sincero, io non ho capito di cosa stiamo parlando. O meglio, l’ho capito ma ho il sentore che sia aria fritta. Ho il sentore che si tratti solo di un’enorme strumentalizzazione, da una parte e dall’altra. Perché, al di là dei proclami, nessuno ha spiegato bene cosa cambierebbe rispetto a prima.
Cosa impediva, prima, ad un gruppo di persone di andare in giro per la città e segnalare ai Carabinieri eventuali comportamenti sospetti? Prima non potevano essere armati, e adesso nemmeno. Prima non potevano chiedere i documenti, e adesso nemmeno. Prima dovevano limitarsi alla segnalazione, e adesso anche. E questi gruppi di persone non sono ipotetici, ma esistono davvero (penso ai City Angels). Quindi qualcuno mi spiega dove sarebbe questa maggiore sicurezza, o dove sarebbe questo attacco alle libertà personali?
Come è già accaduto, ci si scanna intorno al nulla, giusto per far finta di portare a casa un risultato. Sarebbe anche un bel teatrino, se non fosse che ci sono problemi reali che aspettano una soluzione.
Ai miei tempi sì che era tutto uguale
mercoledì, luglio 8th, 2009L’altro giorno, nel riordinare scatoloni ancora fermi dal trasloco di un anno e mezzo fa, ho trovato la copia di un tema svolto in quinta superiore, cioè nel 1990. Scrivevo del monopolio dell’informazione, parlando anche di Berlusconi e sostenendo che la materia andava sicuramente regolamentata con apposite leggi.
Nel 1990, come ho detto. E siamo ancora qui. Appena ho tempo trascrivo il tema.
Free at last
venerdì, giugno 19th, 2009Non tutti hanno la stessa fortuna, uscendo da Guantanamo: mentre i tre tunisini che verranno da noi finiranno molto probabilmente in carcere per accuse pregresse, 17 uiguri andranno a Palau (nel Pacifico, non in Costa Smeralda) e altri 4 uiguri sono già arrivati niente meno che a Bermuda.
Se vi interessa capire meglio chi sono gli uiguri, wikipedia può essere un buon inizio.
Sole 24 Ore, AGI, New York Times, Wikipedia