Più tardi, con calma
mercoledì, aprile 28th, 2010Per chi apprezza gli articoli lunghi, magari letti con calma tramite Instapaper, il sito Longform.org è il paese dei balocchi.
Instapaper, Longform.org
Cose per cui pagherei
venerdì, febbraio 26th, 2010Troppo spesso, nella polemica sull’opportunità di far pagare la fruizione dei contenuti giornalistici online, si fa finta di non sapere che non tutti i contenuti sono uguali: ci sono rilanci di comunicati stampa che preferirei non vedere nemmeno gratis e articoli che, da soli, valgono il prezzo del biglietto.
Tra questi ultimi segnalo il lungo articolo in cinque parti che Slate dedica alla cattura di Saddam e all’utilizzo, ai fini della cattura, delle reti sociali (nell’accezione sociologica del termine). Da segnalare anche che il prezzo del biglietto, in questo caso, è zero.
Slate (il link è al primo articolo, gli altri sono a seguire)
La fantasia al potere
venerdì, gennaio 22nd, 2010Se gli utenti di RockYou sono un campione significativo, allora la gente non prende molto sul serio la sicurezza delle password. La password più utilizzata sul sito è 123456, e bastano 639 password per coprire il 10% degli utenti.
Questi dati sono stati estrapolati dalla società Imperva dopo che, a causa di un attacco hacker, una lista di 32 milioni di account con relativa password era stata pubblicata su internet. Il tutto è stato poi sintetizzato in un articolo del New York Times.
New York Times
Adblock con gli steroidi
martedì, novembre 3rd, 2009D’accordo che la pubblicità è il meccanismo che permette a tanti contenuti di essere fruibili in rete, però spesso si esagera. Certo, l’era delle gif animate e dei marquee è finita, ma non per questo ci troviamo davanti meno distrazioni, quando tentiamo di leggere qualcosa in rete. Si dà talmente per scontato che l’utente medio ha un comportamento da toccata e fuga, che si fa di tutto per attirarne l’attenzione. Però c’è anche gente che vorrebbe aprire un articolo di giornale e leggerlo in santa pace, senza il timore di fare un rollover nel punto sbagliato e di risvegliare il Kraken sottostante.
Esistono diversi adblock per limitare questo delirio, sia preconfigurati nei browser che scaricabili come plugin. Però c’è anche Readability, di cui faccio prima a mostrare due immagini che non a spiegare il funzionamento:
Molto meglio, vero? In pratica quando siete su una pagina che vi interessa leggere con calma, cliccate sul bookmarklet e vi appare una roba come la seconda schermata, decisamente più pulita.
Readability
Casomai lo importiamo di nuovo
lunedì, maggio 18th, 2009Dell’anomalia del fenomeno Twitter, esploso prima in Italia che negli Stati Uniti, ha parlato anche Luca Sofri sul Huffington Post due mesi fa. L’atteggiamento di molti, mi pare di capire, è di considerare i due fenomeni come equivalenti, e solo traslati nel tempo. In altre parole: “giocateci pure, tanto fra poco vi passa”.
Non sono tanto d’accordo. Quando Twitter è arrivato da noi, circa due anni fa, ha avuto molto seguito, molta gente che faceva la conta dei followers ma poco altro. Nessuno ha pensato a come sfruttare uno strumento innovativo, che andasse al di là del prendere alla lettera la domanda standard di Twitter, “What are you doing?”. Ho l’impressione, invece, che negli Stati Uniti siano un po’ più fantasiosi: hanno creato siti che raccolgono i migliori cinguettii; David Pogue, esperto di tecnologia del New York Times, fa domande giornaliere ai suoi follower, e raccoglierà le migliori risposte in un libro; le celebrità si sono buttate in massa sul mezzo, ma senza utilizzarlo per fare pubblicità (Demi Moore, LeBron James e perfino Mike Massimino dallo Space Shuttle).
Non so: magari la febbre passerà in fretta anche dall’altra parte dell’oceano, ma almeno l’avranno sfruttata meglio.
Huffington Post, Favrd, David Pogue, AstroMike
Mica tanto daily
venerdì, aprile 17th, 2009La rubrica sportiva di Salon, King Kaufman Daily, chiude.
Salon
Tempo di metafore
lunedì, marzo 30th, 2009Wikipedia come una città e le email come microbi. Il secondo link porta ad un modo nuovo e visionario (non mi viene in mente un termine migliore) per visualizzare le email.

E sì, lo so che se c’è il “come” non è una metafora, ma non fate i pignoli.
New York Times, Anymails
Hoping in the rain
giovedì, novembre 6th, 2008E' tempo di rifarsi il trucco
lunedì, ottobre 20th, 2008Slate cambia il look, e seguendo il trend attuale intensifica l’uso dei tab, che permettono di utilizzare un singolo box per mostrare quattro o cinque articoli. Sempre restando in linea con le attuali tendenze, cerca di diminuire il “rumore”, eliminando un po’ di elementi dalla homepage (grazie all’utilizzo dei box di cui si diceva) e facendo respirare maggiormente il layout grazie all’utilizzo di più whitespace (lo spazio che separa i vari elementi). Less is more, insomma.
Anche il Riformista cambia look, ma qui il cambiamento grafico è fatto per sottolineare un profondo mutamento nell’impostazione redazionale, di cui parlerò dopo. Restando alla grafica, il passaggio dalla vecchia alla nuova veste è, a mio parere, un disastro. Se prima l’impostazione era estremamente sobria, minimale ed elegante, ora la pagina è piena di quel “rumore” di cui parlavo prima, e il whitespace è stato gettato dalla finestra insieme alla griglia di impaginazione.
Prima di rifarsi il trucco il Riformista era un giornale di nicchia (e ora sto parlando anche dei contenuti), che poteva piacere o non piacere ma che aveva una precisa connotazione che lo distingueva dagli altri. Ora è un giornale come tanti altri (sì, anche nei contenuti – almeno a una prima lettura) e non vedo perché la gente dovrebbe preferirlo al Corriere o a Repubblica.
Slate, il Riformista
Umano chi legge
lunedì, agosto 18th, 2008Finalmente qualcuno ha pensato ad un utilizzo sensato dei captcha. Per chi non lo sapesse, si tratta di quelle combinazioni di lettere e numeri, volutamente distorti e artefatti in modo che siano leggibili da un occhio umano ma non da un computer.
Il fine ultimo dei captcha è proprio quello: capire se chi sta interagendo con quel sito o quell’applicazione è una persona in carne ed ossa oppure un bot.
Dover provare ad un computer che siamo esseri umani è peggio di dover produrre il certificato di esistenza in vita, ma purtroppo i siti che richiedono questa procedura stanno aumentando.
Qualcuno però ha pensato che tutto questo lavoro di lettura potesse essere utile, e ha creato reCaptcha: non si devono più decifrare lettere e numeri a caso, ma parole tratte da libri; in particolare, vengono sottoposte quelle parole che i programmi di riconoscimento ottico (OCR) non sono riusciti a decifrare. Ovviamente la stessa parola viene proposta a più utenti prima di essere acquisita, e delle due parole che vengono proposte una è già conosciuta dal sistema, che ha quindi un modo (seppur empirico) di testare la validità del lettore-utente.
L’intento è quello di aiutare il progetto Internet Archive nella digitalizzazione dei libri.
ReCaptcha, Internet Archive


