Tango/2
martedì, dicembre 9th, 2008Come dicevo, dopo la prima lezione ce ne sono state altre. Peccato che tra la prima e le altre ci sia stato un buco di almeno tre lezioni. Così ci siamo presentati, forti di numerosi allenamenti praticati in soggiorno approfittando dell’attuale scarsità di mobilio, e pronti a sfoggiare la nostra salida basica.
I maestri fanno un riassunto delle puntate precedenti e le nostre mascelle crollano a terra: gli otto passi di base sono stati presi, tirati, allungati, modificati e decorati fino a formare una cosa che, scopriamo ora, si chiama “ocho”. Nel dubbio che la transizione fosse troppo semplice, di ocho ce ne sono due: avanti e indietro. Per semplificare ulteriormente, e andando contro la logica generale del tango che prevede che sia l’uomo a guidare, i termini avanti e indietro si riferiscono alla prospettiva della donna. Capite che ce n’è abbastanza per scappare via urlando; e invece no.
La prima difficoltà che si incontra è che la salida e l’ocho hanno i primi due passi in comune; dato che due tangueri che si rispettino non si accordano prima sulle figure, dev’essere l’uomo a far capire alla donna che cosa intende fare, tramite il linguaggio del corpo. Il che non significa, purtroppo, che si possa alzare la spalla o strizzare l’occhio come a briscola, ma che l’uomo deve muoversi in modo che la donna capisca quale figura si andrà a fare. A ben vedere la figura che andiamo a fare è sempre la stessa, ma non vorrei diventare volgare.
Una volta capito che si sta facendo questo benedetto ocho, c’è un’ulteriore difficoltà : come dicevo, gli ocho sono due, e ognuno dei due ha una sua “uscita”, e vigliacca boia se mi ricordo come si esce da uno e come dall’altro. Il risultato è che una volta impostato l’ocho tendiamo a farlo ad libitum, mentre l’occhio mi diventa sempre più vacuo nel tentativo di ripescare la giusta uscita dalla memoria. Dopo un tempo decisamente troppo lungo, dopo essere stato riportato sulla terra dalla metà (“Allora? Finiamo ‘sto passo o usciamo così dalla sala?”), e forte del 50% di possibilità di azzeccare l’uscita giusta, mi butto; contravvenendo a ogni teoria di calcolo probabilistico, 9 volte su 10 sbaglio e incappiamo nella figura di cui sopra.
Il che mi ricorda alla lontana i miei primi (e unici) tentativi di imparare a sciare: la discesa tutto sommato mi riusciva, ma mi mancava completamente la nozione dell’arresto sicuro.
(seguiranno altre puntate, compresa The One With All The Shoes)