Un gioiello estivo
giovedì, luglio 31st, 2008Inaspettatamente, tra un telefilm e l’altro, ieri sera sono incappato in uno dei miei film preferiti: “La parola ai giurati”. Per chi non lo conoscesse, racconta di 12 giurati che devono raggiungere un verdetto unanime su un caso di omicidio volontario. La trama è semplice: all’inizio le prove a carico sembrano schiaccianti e tutti i giurati tranne uno (Henry Fonda) sono convinti della colpevolezza dell’imputato, ma pian piano questo giurato riesce a portare la giuria al verdetto unanime di non colpevolezza.
Il film è girato, a parte un paio di minuti, interamente all’interno di una sola stanza (qualcuno ha parlato di The Big Kahuna?) e i giurati non si chiamano mai per nome, tranne due che lo fanno al termine del film e all’esterno del tribunale (qualcuno ha parlato de Le Iene?). La situazione iniziale è ordinata, con la stanza fresca e i giurati con i vestiti puliti: man mano che la discussione procede e si infiamma, la stanza diventa calda, l’umidità aumenta grazie anche ad un acquazzone, i giurati fumano, si tolgono le giacche, allentano le cravatte e mostrano ampie macchie di sudore sulle camicie, e lo spazio sembra restringersi, grazie anche ad un maggior uso dei primi e primissimi piani.
Oltre a mettere a nudo i pregiudizi di classe e di razza dell’epoca (1957), il film fa un ottimo lavoro nello svelare alcuni meccanismi ben poco solidi che vengono utilizzati nei ragionamenti: l’importanza che i giurati danno ai vari elementi in gioco è variabile, e segue il desiderio di ognuno di dimostrare che i fatti si sono svolti in un determinato modo. Se ci fate caso, questo vizio è tuttora ben presente, dalle chiacchiere da bar fino ai dibattiti in Parlamento.
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