Pensieri e commenti su internet e su altre cose che mi stanno intorno

Archive for ottobre, 2006

Le matite non vanno bene?/2

giovedì, ottobre 19th, 2006

Anche il New York Times avanza dubbi sull’efficienza delle varie voting machines.

Sono due, in particolare, le criticità: il fatto che le macchine possano andare in palla (e che spesso, nei test, lo facciano) e il fatto che in caso di problemi sia quantomeno difficoltoso, quando non impossibile, effettuare un riconteggio accurato.

Il Times prevede quindi che ci saranno lungaggini durante il voto, durante lo spoglio e nella fase di ufficializzazione. Niente di catastrofico, a far la media dei giudizi, ma un bel po’ di problemi sì.

Poi ci sono i casi particolari, come le nuove macchine consegnate alla contea di Yolo, California, e che prevedono anche una guida audio per i non vedenti: peccato che non ci sia stato verso di far parlare le macchine in inglese: solo ed esclusivamente vietnamita.

New York Times

A day in the life

martedì, ottobre 17th, 2006

Il National Trust britannico ha lanciato l’iniziativa “One Day in History”: l’obiettivo è quello di fare una sorta di fotografia della vita quotidiana nel 2006, per passarla ai posteri.

Chi vuole contribuire deve tenere un diario (tra le cento e le mille parole) delle attività anche banali svolte oggi e inviarlo al National Trust.

National Trust, History Matters

Ben is back

lunedì, ottobre 16th, 2006

Gli Steelers tornano a vincere. Ma soprattutto Ben Roethlisberger torna a vincere, dato che l’unica vittoria di quest’anno era venuta mentre lui era in ospedale per un’appendicite. E torna con una partita niente male: 16 passaggi completati su 19, 238 yards, due passaggi da touchdown e nessun intercetto.

Fino a sabato Roethlisberger non aveva lanciato nemmeno un TD pass, in compenso si era fatto intercettare nove volte: un disastro completo.

Dopo aver condotto gli Steelers alla conquista del Superbowl l’anno scorso, la carriera di Roethlisberger aveva rischiato di interrompersi quest’estate a seguito di un incidente motociclistico in cui peraltro Ben non portava il casco (in Pennsylvania non è obbligatorio). Invece si era ripreso, ma poi era arrivato l’intervento urgente di appendicite.

Magari non sarà il Big Ben dell’anno scorso, ma almeno si è sbloccato.

Nfl.com

Tutti a Marsiglia

lunedì, ottobre 16th, 2006

L’Italia del rugby spiana la Russia per 67-7 e si qualifica per i mondiali 2007 che si terranno in Francia.
La prima partita sarà contro gli All Blacks.
Sai che novità.

Rugby World Cup

Se fossi il padrone del mondo

lunedì, ottobre 16th, 2006

Il servizio delle Iene sull’ignoranza dei parlamentari ha consolidato la mia idea che deputati e senatori votino esclusivamente in base alle direttive di partito.

Allora non si potrebbe fare un parlamento ridotto ai soli segretari di partito? Facciamo un’assemblea di una ventina di persone, una per partito, e ognuno ha un voto che pesa in misura proporzionale al numero di seggi teorici.

Il risultato sarebbe lo stesso, ma almeno risparmieremmo svariate decine di migliaia di euro in stipendi.

Inoltre dovrebbe diminuire anche la cagnara che ogni tanto accompagna gli interventi.

Umorismo ebreo

domenica, ottobre 15th, 2006

Da qualche mese David Plotz, giornalista di Slate, sta curando la rubrica Blogging The Bible: legge la Bibbia e posta i suoi commenti su Slate.

A prescindere dalle convinzioni religiose di ognuno, è una lettura molto piacevole e spesso divertente.

Slate

Le matite non vanno bene?

domenica, ottobre 15th, 2006

Si avvicinano le mid-term elections negli Stati Uniti, e potremmo trovarci davanti ad un pasticcio simile a quello delle presidenziali del 2000 (ricordate il riconteggio infinito in Florida?).

Dopo quell’episodio molti Stati sono passati ad altri metodi di voto, ma secondo l’Economist in molti casi il rimedio è stato peggiore del male.

Economist

Il bel golf

sabato, ottobre 14th, 2006

Ieri si è concluso il 132° British Open di golf.
“British” per il resto del mondo, ma per i britannici è semplicemente l’Open, punto e basta. E’ il torneo di golf più vecchio del mondo.
Il percorso: avete presente quei bei campi americani, verdissimi, pieni di alberi, fiori e cespugli multicolori? Via tutto, restano solo il fairway, il green e bunker così profondi che in alcuni ci sono i gradini per scendere. Fuori dal fairway, erba che arriva alla vita.
Il golf è nato su campi così, e questo torneo, da 132 anni, si gioca su campi del genere. Qualcuno ha detto che non è il vero golf, gli organizzatori hanno risposto che nessuno è obbligato ad andarci a giocare.

Questa premessa per dire che domenica questo torneo l’ha vinto un ragazzo sconosciuto di nome Ben Curtis, mettendo in fila, tra gli altri, un certo Tiger Woods.
Ora, il golf è un gioco in cui una botta di culo ti può far vincere, ma la botta deve arrivare quando comunque sei al passo con gli altri. E il passo con gli altri lo devi tenere per quattro giornate, cioè 72 buche. E questo ragazzo, che nel ranking mondiale figura al numero 396, ha fatto proprio questo: ha resistito per quattro giorni, e alla fine ha vinto.
La gente all’inizio pensava che aveva fatto qualche colpo fortunato e si trovava nelle posizioni di testa, ma che andando avanti sarebbe tornato dove meritava (cioè nell’anonimato); ma più ci si avvicinava alla diciottesima buca dell’ultimo giro, più la gente cominciava a cambiare idea.
Quando Tomas Bjorn ha zappato due volte la sabbia consegnandogli così la vittoria, Ben Curtis era già al campo pratica, che si esercitava per un eventuale spareggio e ogni tanto guardava la TV per capire se stava sognando.
Ma non stava sognando, era tutto vero: vero il suo nome inciso sulla coppa accanto ai grandissimi, vero l’assegno da più di un milione di euro, vero il posto riservato in questo torneo fino a che avrà 65 anni, vero il posto riservato in tutti i tornei maggiori per cinque anni.
Dieci minuti prima era uno che era andato vicino ad un’impresa memorabile ma non ce l’aveva fatta e doveva comunque essere contento, dieci minuti dopo era sull’Olimpo.
Per dire che anche il golf, considerato (a volte giustamente) uno sport d’élite, da ricchi e un po’ sboroni, può regalare gioie di questo genere.
Era una storia troppo bella per non raccontarla

Io e la vela

sabato, ottobre 14th, 2006

Era da tempo che volevo postare ‘sta roba qui, poi ho visto Vic che ricicla le email e Nicola che ricicla i post e mi sono detto: “E io chi sono, per non farlo?”.
Così mi sono deciso a pubblicare il resoconto del mio primo incontro con la vela, avvenuto a fine settembre 2002 dopo un corteggiamento “durato tanti anni da chiamarlo ormai d’argento” (sì, lo so, nell’originale si parlava di fidanzamento).
Mettetevi qui in cerchio intorno a me, inizio a raccontare…

E’ stata un’esperienza fantastica! Non so se siete mai stati su una barca a vela, ma l’emozione che ho provato quando, dopo che avevamo issato le vele, l’istruttrice ha spento il motore e ha dichiarato “Signori, siamo a vela”, è stata indescrivibile.
Torniamo all’inizio: siamo arrivati venerdì sera intorno alle 11/11.30, un po’ di presentazioni e poi si sale in barca. O perlomeno si tenta di farlo: la banchina è qui, fissa e salda sotto i miei piedi, mentre la barca è là, instabile e traballante. La distanza sembra invalicabile con un semplice passo, e l’idea di saltare non si prende neanche in considerazione: non si vede nemmeno un punto di atterraggio sicuro…il problema appare irrisolvibile, e invece con acrobazie varie saliamo tutti a bordo. Non chiedetemi come. La notte passa senza che il dondolìo disturbi minimamente, ma al mattino il problema barca-banchina si presenta di nuovo, stavolta a fattori invertiti: di nuovo la distanza sembra invalicabile ma di nuovo, con metodi che gli istruttori definirebbero probabilmente aberranti, sono in banchina. Da notare che l’operazione avviene di mattina presto, complice un bisognino da espletare, per cui le mie pseudo-acrobazie sono effettuate in assenza di pubblico. A un ragazzo che dorme con me va un pochino peggio: anche lui va ad espletare, ma al ritorno in barca c’è il blocco: non trova il verso di salire sulla bestia dondolante, e rimane un quarto d’ora a fissare la barca. Non pago di questo, o forse per eseguire un rito per ingraziarsi la barca, decide che è ora che il portachiavi si rompa, e più di metà delle chiavi vanno in acqua. Anche lui, comunque, riesce a risalire a bordo. Alla fine ci si sveglia tutti e ci si trova al bar (nessuno è caduto in acqua, per la cronaca) per fare colazione e aspettare quelli che arrivano direttamente al mattino. Ancora un po’ di presentazioni, poi si fa una breve lezione su quello che vedremo nella giornata. Si formano gli equipaggi, si fa la cassa comune e si va a fare la spesa per il mezzogiorno. Poi tutti in barca, si mollano gli ormeggi e si parte; prima a motore (non si può manovrare a vela in prossimità del porto) e poi, finalmente, a vela. Il motore non fa molto rumore, è piccolino, però quando lo si spegne è tutta un’altra cosa, e ti rendi conto di quanta magia ci sia nel muoversi senza utilizzare nessuna risorsa “non rinnovabile”: il vento è lì, tu te ne servi ma lui è ancora lì, pronto a spingere ancora e ancora (lasciando perdere la calma di vento, che comunque è una situazione temporanea). Ognuno prende un ruolo: timone, randa, fiocco; l’istruttrice dirige, consiglia, rassicura in modo perfetto. Proviamo la prima manovra, si tratta di una virata (praticamente si passa da avere il vento davanti a destra, a davanti a sinistra; o viceversa): è il timoniere che comanda e “chiama” la manovra: “Pronti a virare?” e ciascuno risponde orgoglioso “Pronto”; allora inizia la manovra vera e propria: gira, gira, gira, il vento ora è esattamente davanti, continua a girare o ci piantiamo qui, gira, gira, il vento è dall’altra parte: la virata è riuscita, perfetto! Siamo felicissimi a bordo…poi i ruoli vengono girati più volte, in modo che ognuno faccia tutto. Più tardi il vento cala, fino a scomparire: dato che è ora di pranzo accendiamo il motore, avvolgiamo il fiocco (altra manovra riuscita, alè!) e entriamo nella baia di La Spezia, riparati dalle onde. Lì ci attacchiamo a una boa, uniamo le tre barche e si mangia. Ci fermiamo un po’, si prepara anche il caffè, qualcuno fa il riposino, qualcuno addirittura il bagno, poi si riparte. Sempre più gasati, all’uscita dal porto stiamo provando un po’ di virate in successione: vicino a noi un’altra barca della scuola e una barca più grande, che più o meno fa le nostre stesse manovre; ci controlliamo l’un l’altro per non abbordarci, e nessuno controlla dietro…così, all’improvviso: “WOOOOOOO” un colpo di sirena da nebbia ci fa sobbalzare; ci voltiamo e vediamo un traghetto che punta su di noi. La precedenza è sua (è una nave “da lavoro”) quindi più che virare noi “scheggiamo via” come un gruppo di pescetti quando tenti di prenderli con la mano…nessuno spavento, dato che il traghetto era ancora lontano, ma soddisfazione per aver eseguito la manovra in velocità senza sbagliare. Nel pomeriggio ancora le stesse andature, col vento quasi in prua, sempre ruotando i ruoli, fino a che si avvicina l’ora del rientro. E si avvicinano anche pesanti nuvoloni; l’istruttrice mette la cerata, e così la metto anch’io; non penso invece a mettere gli stivali. Arriviamo vicino al porto e si scatena il diluvio; non è il momento di stare al coperto, dato che per ormeggiare servono tutte le braccia disponibili a bordo, quindi anche chi non è attrezzato a dovere per la pioggia se la deve prendere tutta. Ormeggiare non è una cosa semplice, farlo per la prima volta ancora meno (ci sono un sacco di cose da fare: fissa le cime a prua, fissa le cime a poppa, aggancia la cima che sta sul fondo del porto, attenzione a non cozzare contro le altre barche…), farlo la prima volta sotto il diluvio è una roba che mette a dura prova i nervi. Ad ogni modo nessuna barca si sfascia, nessuno cade in mare e riusciamo ad essere tutti a terra e con le barche ormeggiate in banchina. Poi qualcuno fa la doccia, qualcuno dorme, qualcuno prende l’aperitivo… E in questo viavai ogni tanto (sia che io sia a terra oppure in barca) incrocio qualcuno dei nostri fermo in banchina davanti al mostro indomabile, e che mi guarda con aria implorante; appena chiedo “Bisogno?”, si allarga un sorriso…allora si dà una mano, generalmente prendendo una delle cime e tirando la barca verso la banchina, in modo che la distanza sia facilmente superabile. Poi cena, saluti del dopocena, e al mattino stessa storia: colazione, briefing, spesa e si parte. Stavolta facciamo le andature portanti, quelle in cui il vento è in poppa (dietro); e facciamo la manovra “contraria” alla virata, cioè la mitica strambata…la strambata è una rottura incredibile per il timoniere, che deve tenere il timone tra le ginocchia, stare chinato per evitare che il boma gli spacchi il cranio e intanto cazzare la randa (dite la verità, lo stavate aspettando…), il tutto possibilmente senza andare a sbattere. La prima tocca a me, ed è un disastro: nelle andature portanti il vento si sente molto meno (a parità di vento assoluto) per cui mi riesce difficile capire da dove arriva, timonare con le ginocchia non è la cosa più naturale del mondo e inoltre c’è la preoccupazione di quel maledetto boma che spazza in velocità la barca e rischia di portarti con sè. Sta di fatto che la strambata non mi viene un granchè, dovremmo andare dritto e io invece faccio un po’ di zigzag, perchè non so da che parte devo correggere col timone. Ma dalla seconda strambata già le cose migliorano, è solo questione di abitudine. Ancora pranzo in barca, stavolta vicino a una spiaggia dell’Isola della Palmaria. Così proviamo anche a buttare l’ancora, e a recuperarla quando è ora di ripartire. Nessuna di queste cose (a parte mangiare) è facile come sembra…Nel pomeriggio si procede con gli esercizi, e proviamo anche un tipo particolare di manovra che permette di fermare la barca, senza àncora o ormeggio: anche su questa c’è qualche incertezza iniziale ma alla fine la digeriamo. Alla radio sentiamo che di fronte a Portovenere c’è un balenottero di 15 mt che ha perso l’orientamento: il primo impulso è di andare a vedere, ma poi ci ragioniamo (veramente gli istruttori ci avevano ragionato immediatamente) e ci rendiamo conto che i 15 mt del balenottero contro i 6.40 mt della nostra barca avrebbero un effetto devastante in caso di incontro ravvicinato. Ci teniamo quindi alla larga, e nel frattempo il vento rinfresca (diventa più forte) e ci permette di fare delle andature di bolina come si vedono in televisione: barca completamente inclinata da una parte, con il bordo quasi in acqua, e noi tutti sull’altro bordo; guardo sottocoperta e vedo che dall’oblò si vede acqua invece di cielo; il vento in queste andature sembra più forte di quello che è, le vele sono gonfie e non sbattono…è una sensazione unica, la più bella che ho provato in questi due giorni di corso.
Si torna in porto, facciamo un ormeggio strano per mancanza di posto, siamo costretti a salire su un’altra barca prima di arrivare in banchina; quest’altra barca è molto più grossa ma sempre della scuola: quando stiamo per fare l’ultimo passaggio ci invitano a dare un’occhiata dentro. Ovviamente non me lo faccio ripetere, e vedo finalmente com’è fatta una barca vera: la mia era lunga 6.40 mt, questa è più di 12 mt…
E’ finita, ci troviamo al bar per un aperitivo e per il commenti finali, gli istruttori ci fanno i complimenti, poi ci salutiamo e ci diamo l’arrivederci a venerdì. Ce ne andiamo stremati, ma entusiasti, e con la voglia di ricominciare subito.

Il Telefilm Festival

sabato, ottobre 14th, 2006

Arrivo a Milano in leggero anticipo, ma poi la ricerca di un parcheggio che non sia a pagamento mi fa arrivare al cinema in ritardo. Vado in sala 2, dove è già iniziata la prima di due puntate inedite di “Dark Angel”. Guardo Jessica Alba e penso alle parole di Gianluca Neri. Guardo uno davanti a me che continua a fotografare lo schermo e penso che sia Gianluca Neri.
In effetti lei è carina, ma non mi pare eccezionale. Le puntate sono belle; io Dark Angel non l’avevo mai visto e non sono un fanatico delle serie ambientate nel futuro, ma questa non mi dispiace.
L’evento successivo che ho acquistato è sempre in sala 2, ma per motivi tecnici non si può restare: bisogna uscire e rientrare. Scopro che questo significa percorrere un numero infinito di scale in discesa, poche rampe di meno in salita, per poi sbucare fuori. Ma non nella hall: proprio fuori, sul marciapiede di Viale Tunisia.
Vabbè, torno dentro.
Ne approfitto per una piccola colazione/pranzo, poi mi vado a sedere: mi aspettano Ally McBeal e un’anteprima: Boston Public.
Ally come sempre è bella come una principessa scandinava. In questo episodio si compra una casa e l’idraulico è Jon Bon Jovi; Richard inanella una serie di affermazioni maschiliste da sbellicarsi.
Segue Boston Public, ambientato in una high school di Boston; protagonisti il preside, il vicepreside (che assomiglia in maniera più che preoccupante a George Bush), buona parte del corpo docente e i ragazzi.
Il clichè non è nulla di nuovo: c’è l’insegante reazionario e inflessibile (uomo), c’è quello che ha più feeling con i ragazzi (donna), c’è il bulletto e quello che lo subisce, ci sono le ragazzine oche e quelle impegnate (e qui si vede il progresso: una volta quelle impegnate facevano il giornalino della scuola, ora gestiscono il sito internet). Nonostante questo clichè poco innovativo, la puntata è stata interessante, e si è dimostrata una delle cose più interessanti della giornata.

Cambio sala, e mi appresto a seguire due serie in anteprima europea, e pure in versione originale: Harsh Realm e The Lone Gunmen. Spero nei sottotitoli, ma scopro subito che la speranza è malriposta.
Spremo a fondo i miei neuroni per seguire i dialoghi in inglese, e alla fine mi pare anche di cavarmela.
Tornando alle serie, in Harsh Realm un soldato alla vigilia del trasferimento ad altra base (siamo negli USA, ai giorni nostri) viene invitato a entrare in un gioco di simulazione bellica. La sua missione è togliere dal gioco un certo Santiago, che sta facendo un po’ troppi punti. Il nostro eroe scoprirà molto presto che uccidere Santiago sarà tutt’altro che facile, soprattutto perchè ogni 5 minuti c’è qualcuno che gli scarica addosso una quantità di proiettili inimmaginabile.
Bah, mi pare un’americanata della peggior specie.
The Lone Gunmen, al di là della profezia degli sceneggiatori (un aereo civile quasi si schianta sulle torri gemelle) mi pare molto meglio. Protagonisti sono tre improbabili e attempati tizi vagamente no-global che lottano per smascherare cospirazioni, progetti di attacco alla privacy e così via. Lavorano in un laboratorio con una discreta attrezzatura elettronico-informatica, e stampano anche una newsletter (uno dei titoli cubitali: “Elvis is an alien”).
Buona dose di umorismo (per quello che sono riuscito ad afferrare), originalità dell’idea e della sceneggiatura: decisamente bello. Spero che qualcuno decida di trasmetterlo.
A questo punto ho la scelta tra la tavola rotonda sul genere poliziesco e il trittico “Buffy-Angel-Cleopatra 2525″. Dato che la prima tavola rotonda non era andata molto bene, opto per il trittico.
Buffy non mi fa impazzire, e questo episodio non fa differenza. Carino sì, ma nulla di più. Così come Angel, che di Buffy è uno spin-off. Pure questo in lingua originale, i neuroni cominciano a scricchiolare…

Cleopatra 2525 non lo vedo, perchè mi trasferisco in sala 1 dove alle 18.40 c’è l’anteprima italiana di Six Feet Under. Prima che inizi sento una ragazza accanto a me dire che quando lei lavorava a Tele+ volevano acquistarlo, ma poi qualcuno ha pensato che fosse troppo forte.
Di solito quando qualcuno la pensa così, vuol dire che il telefilm è interessante, e infatti Six Feet Under è la cosa più bella che ho visto in questa giornata.
La storia racconta di una famiglia e della loro ditta, un’azienda di pompe funebri. Già questo, soprattutto in Italia, sarebbe sufficiente a classificarlo come “forte”, ma c’è dell’altro: uno dei due figli, quello più responsabile sul lavoro, è gay ma nessuno lo sa.
La mamma invece ha fatto le corna al marito (che muore nella prima puntata) per anni, e ora è rosa dai sensi di colpa.
Insomma, ne vedremo delle belle. Ma prevedo una programmazione in seconda/terza/quarta/quinta serata…
Rimango a guardare anche I Soprano, solo per avere la conferma che la serie non mi dice niente, poi arriva il piatto forte: l’evento CSI.
Come al solito non si può restare in sala, così mi tocca ancora uscire (sempre in Viale Tunisia) e rientrare, facendo pure la coda. Questa cosa mi sembra cervellotica.
Prima di entrare vedo Gigi Vesigna e un altro tizio di cui non ricordo il nome (Oliva?) ma che vedo spesso quando si parla di TV. Poi entro, vado in bagno e nell’uscire quasi sbatto il muso contro Gary Dourdan, il bello di CSI.
Io mi siedo in un posto tutto sommato buono, lui invece sale sul palco con gli organizzatori del Festival e un’interprete. Pochi convenevoli, si parte subito con le domande del pubblico. Lui risponde in modo non banale, parla un inglese comprensibilissimo (che viene comunque tradotto dalla brava interprete) ed è decisamente simpatico. Alla fine si becca una targa di una bruttezza epocale, un bel po’ di applausi e se ne va, accalappiato subito dalla fidanzata (notevole) che per far capire l’aria che tira gli aggancia  la mano e non gliela molla più.
Il messaggio alle fan è chiaro…
Viene trasmessa una puntata di CSI che si svolge tra Las Vegas e Miami, ovviamente per introdurre quella successiva, cioè CSI: Miami, lo spin-off.
Scopro così che a Miami vanno a vivere quelli che non lavorano più a NYPD Blue: i due protagonisti principali sono infatti David Caruso (ex detective John Kelly) e Kim Delaney (ex detective Diane Russell).
Niente di nuovo sotto il sole, ma entrambe le puntate scorrono via piacevolmente.

Sono stremato, oramai sono in ballo da 12 ore (senza contare la macchina), ma manca solo un appuntamento quindi mi faccio coraggio.
Si chiude con “24″, una spy-story con Kiefer Sutherland che ha una strana particolarità: ogni episodio narra le vicende che accadono in un’ora, e le narra in tempo reale (o quasi: la puntata dura 45 minuti). L’intera serie dovrebbe narrare gli accadimenti di una giornata, più precisamente il giorno delle presidenziali in California. La prima puntata racconta quello che succede da mezzanotte all’una, e devo dire che l’idea è stata sviluppata abbastanza bene. Sutherland è il direttore di un ufficio antiterrorismo, messo in subbuglio dalle minacce di attentato al candidato afro-americano alle presidenziali.
Lo scorrere “rallentato” del tempo fa sì che i vari elementi della spy-story vengano alla luce un po’ alla volta, evitando la congestione di informazioni che talvolta si riscontra in questo genere.
Un’unica annotazione: il tempo reale è, necessariamente, un po’ lento. Mettere due puntate di questo tipo alla fine della giornata, dalle 23 a mezzanotte e mezzo, vuol dire rischiare di trovarsi qualche spettatore addormentato in sala.

Ecco fatto, la giornata è finita. Di blogger non ne ho incontrati, o quantomeno non ne ho visti con magliette d’ordinanza…
Mi incammino verso la macchina, con la sensazione di aver speso bene i miei 18 euro. E con la speranza che il prossimo anno la manifestazione venga ripetuta.