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Il Telefilm Festival

Arrivo a Milano in leggero anticipo, ma poi la ricerca di un parcheggio che non sia a pagamento mi fa arrivare al cinema in ritardo. Vado in sala 2, dove è già iniziata la prima di due puntate inedite di “Dark Angel”. Guardo Jessica Alba e penso alle parole di Gianluca Neri. Guardo uno davanti a me che continua a fotografare lo schermo e penso che sia Gianluca Neri.
In effetti lei è carina, ma non mi pare eccezionale. Le puntate sono belle; io Dark Angel non l’avevo mai visto e non sono un fanatico delle serie ambientate nel futuro, ma questa non mi dispiace.
L’evento successivo che ho acquistato è sempre in sala 2, ma per motivi tecnici non si può restare: bisogna uscire e rientrare. Scopro che questo significa percorrere un numero infinito di scale in discesa, poche rampe di meno in salita, per poi sbucare fuori. Ma non nella hall: proprio fuori, sul marciapiede di Viale Tunisia.
Vabbè, torno dentro.
Ne approfitto per una piccola colazione/pranzo, poi mi vado a sedere: mi aspettano Ally McBeal e un’anteprima: Boston Public.
Ally come sempre è bella come una principessa scandinava. In questo episodio si compra una casa e l’idraulico è Jon Bon Jovi; Richard inanella una serie di affermazioni maschiliste da sbellicarsi.
Segue Boston Public, ambientato in una high school di Boston; protagonisti il preside, il vicepreside (che assomiglia in maniera più che preoccupante a George Bush), buona parte del corpo docente e i ragazzi.
Il clichè non è nulla di nuovo: c’è l’insegante reazionario e inflessibile (uomo), c’è quello che ha più feeling con i ragazzi (donna), c’è il bulletto e quello che lo subisce, ci sono le ragazzine oche e quelle impegnate (e qui si vede il progresso: una volta quelle impegnate facevano il giornalino della scuola, ora gestiscono il sito internet). Nonostante questo clichè poco innovativo, la puntata è stata interessante, e si è dimostrata una delle cose più interessanti della giornata.

Cambio sala, e mi appresto a seguire due serie in anteprima europea, e pure in versione originale: Harsh Realm e The Lone Gunmen. Spero nei sottotitoli, ma scopro subito che la speranza è malriposta.
Spremo a fondo i miei neuroni per seguire i dialoghi in inglese, e alla fine mi pare anche di cavarmela.
Tornando alle serie, in Harsh Realm un soldato alla vigilia del trasferimento ad altra base (siamo negli USA, ai giorni nostri) viene invitato a entrare in un gioco di simulazione bellica. La sua missione è togliere dal gioco un certo Santiago, che sta facendo un po’ troppi punti. Il nostro eroe scoprirà molto presto che uccidere Santiago sarà tutt’altro che facile, soprattutto perchè ogni 5 minuti c’è qualcuno che gli scarica addosso una quantità di proiettili inimmaginabile.
Bah, mi pare un’americanata della peggior specie.
The Lone Gunmen, al di là della profezia degli sceneggiatori (un aereo civile quasi si schianta sulle torri gemelle) mi pare molto meglio. Protagonisti sono tre improbabili e attempati tizi vagamente no-global che lottano per smascherare cospirazioni, progetti di attacco alla privacy e così via. Lavorano in un laboratorio con una discreta attrezzatura elettronico-informatica, e stampano anche una newsletter (uno dei titoli cubitali: “Elvis is an alien”).
Buona dose di umorismo (per quello che sono riuscito ad afferrare), originalità dell’idea e della sceneggiatura: decisamente bello. Spero che qualcuno decida di trasmetterlo.
A questo punto ho la scelta tra la tavola rotonda sul genere poliziesco e il trittico “Buffy-Angel-Cleopatra 2525″. Dato che la prima tavola rotonda non era andata molto bene, opto per il trittico.
Buffy non mi fa impazzire, e questo episodio non fa differenza. Carino sì, ma nulla di più. Così come Angel, che di Buffy è uno spin-off. Pure questo in lingua originale, i neuroni cominciano a scricchiolare…

Cleopatra 2525 non lo vedo, perchè mi trasferisco in sala 1 dove alle 18.40 c’è l’anteprima italiana di Six Feet Under. Prima che inizi sento una ragazza accanto a me dire che quando lei lavorava a Tele+ volevano acquistarlo, ma poi qualcuno ha pensato che fosse troppo forte.
Di solito quando qualcuno la pensa così, vuol dire che il telefilm è interessante, e infatti Six Feet Under è la cosa più bella che ho visto in questa giornata.
La storia racconta di una famiglia e della loro ditta, un’azienda di pompe funebri. Già questo, soprattutto in Italia, sarebbe sufficiente a classificarlo come “forte”, ma c’è dell’altro: uno dei due figli, quello più responsabile sul lavoro, è gay ma nessuno lo sa.
La mamma invece ha fatto le corna al marito (che muore nella prima puntata) per anni, e ora è rosa dai sensi di colpa.
Insomma, ne vedremo delle belle. Ma prevedo una programmazione in seconda/terza/quarta/quinta serata…
Rimango a guardare anche I Soprano, solo per avere la conferma che la serie non mi dice niente, poi arriva il piatto forte: l’evento CSI.
Come al solito non si può restare in sala, così mi tocca ancora uscire (sempre in Viale Tunisia) e rientrare, facendo pure la coda. Questa cosa mi sembra cervellotica.
Prima di entrare vedo Gigi Vesigna e un altro tizio di cui non ricordo il nome (Oliva?) ma che vedo spesso quando si parla di TV. Poi entro, vado in bagno e nell’uscire quasi sbatto il muso contro Gary Dourdan, il bello di CSI.
Io mi siedo in un posto tutto sommato buono, lui invece sale sul palco con gli organizzatori del Festival e un’interprete. Pochi convenevoli, si parte subito con le domande del pubblico. Lui risponde in modo non banale, parla un inglese comprensibilissimo (che viene comunque tradotto dalla brava interprete) ed è decisamente simpatico. Alla fine si becca una targa di una bruttezza epocale, un bel po’ di applausi e se ne va, accalappiato subito dalla fidanzata (notevole) che per far capire l’aria che tira gli aggancia  la mano e non gliela molla più.
Il messaggio alle fan è chiaro…
Viene trasmessa una puntata di CSI che si svolge tra Las Vegas e Miami, ovviamente per introdurre quella successiva, cioè CSI: Miami, lo spin-off.
Scopro così che a Miami vanno a vivere quelli che non lavorano più a NYPD Blue: i due protagonisti principali sono infatti David Caruso (ex detective John Kelly) e Kim Delaney (ex detective Diane Russell).
Niente di nuovo sotto il sole, ma entrambe le puntate scorrono via piacevolmente.

Sono stremato, oramai sono in ballo da 12 ore (senza contare la macchina), ma manca solo un appuntamento quindi mi faccio coraggio.
Si chiude con “24″, una spy-story con Kiefer Sutherland che ha una strana particolarità: ogni episodio narra le vicende che accadono in un’ora, e le narra in tempo reale (o quasi: la puntata dura 45 minuti). L’intera serie dovrebbe narrare gli accadimenti di una giornata, più precisamente il giorno delle presidenziali in California. La prima puntata racconta quello che succede da mezzanotte all’una, e devo dire che l’idea è stata sviluppata abbastanza bene. Sutherland è il direttore di un ufficio antiterrorismo, messo in subbuglio dalle minacce di attentato al candidato afro-americano alle presidenziali.
Lo scorrere “rallentato” del tempo fa sì che i vari elementi della spy-story vengano alla luce un po’ alla volta, evitando la congestione di informazioni che talvolta si riscontra in questo genere.
Un’unica annotazione: il tempo reale è, necessariamente, un po’ lento. Mettere due puntate di questo tipo alla fine della giornata, dalle 23 a mezzanotte e mezzo, vuol dire rischiare di trovarsi qualche spettatore addormentato in sala.

Ecco fatto, la giornata è finita. Di blogger non ne ho incontrati, o quantomeno non ne ho visti con magliette d’ordinanza…
Mi incammino verso la macchina, con la sensazione di aver speso bene i miei 18 euro. E con la speranza che il prossimo anno la manifestazione venga ripetuta.

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